People come first

Volti, emozioni, persone concrete e grandi traguardi.

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La rinascita si lega al fallimento e nella disfatta riconosce l’opportunità di cambiare.

Michele, Ponticelli.

Michele racconta
la periferia della possibilità.

Wabi-sabi, nella cultura giapponese, è l’accettazione della transitorietà e dell’imperfezione delle cose. Il saper e voler abbracciare la bellezza incompleta che noi abbiamo, o che ci circonda.
La periferia la immagino un po’ così, come quello studente che a scuola “Ha del potenziale, ma non si impegna”, un po’ perché ha altro a cui pensare, un po’ perché non viene spronato come si deve. Un bell’universo un po’ nascosto, che solo chi vive riesce a capire, e forse nemmeno del tutto.
In quella ragnatela di rigide geometrie che compongono gli spazi urbani al di là dal centro, ci sono storie passate, presenti e future.
Michele nasce come graffitaro. Uno di quelli che vede in una parete bianca un mondo da
valorizzare. E nell’animo continua ad esserlo anche adesso che fa il Creative Multimedia Designer. Lui colleziona racconti visivi immortalati in video, fotografie, installazioni multimediali e street art. Immagini da regalare a chi vuole allontanarsi dall’autoritaria bellezza dei paesaggi del centro città, per far rivivere gli spazi periferici in una nuova dimensione estetica, con una dignità artistica, per abbattere ogni stereotipo che da sempre pesa su questi luoghi.

Classe 1976, originario dei paesi vesuviani, ha trovato in Ponticelli una sua dimensione. Forse non la sua sede definitiva, ma nella periferia di Napoli “sta nel suo”. Probabilmente perché ha ritrovato un po’ di quella Berlino che l’ha catturato alla fine degli anni ’90, molto più economica di oggi, accessibile e piena di creatività, ricoperta di graffiti e street art. Una delle prime città d’Europa ad aprirsi liberamente a questa forma d’arte e di espressione.
Un melting pot di stili e generi, dove ti prendevi un pezzo di muro perché avevi qualcosa da dire.
E lui i muri se li sceglieva bene, valutava tutto: visibilità, pulizia, dimensioni ma anche tranquillità della zona. Perché prima, se ti acchiappavano, erano guai veri. Per questo si dipingeva di notte, lontano da occhi indiscreti, e nella periferie era più semplice.
Nel suo zaino, insieme alle bombo
lette ed i colori, c’era la voglia di estetizzare un luogo. E quella è rimasta, anche ore che alle bombolette si è aggiunta la tecnologia e tutta una serie di strumenti che rendono possibili cose che in passato non si osava nemmeno pensare.
Come infinito è diventato il ventaglio di interconnessioni ed ispirazioni a cui attingere. Un universo creativo dove la parola magica non è globalizzazione, ma contaminazione.

Michele racconta l’evoluzione, la rinascita e il fallimento. Un mondo urban che cambia in relazione al centro. L’underground che si contrappone al dinamismo, ma anche il bene che fa notizia. La possibilità di poter vedere dell’altro lì dove alcuni vedono un’area degradata.
Un polo universitario tra le Vele di Scampia: l’alternativa che si impone sull’insuccesso.
Ma non è mica semplice, perché la periferia è un bel casino. Le opportunità te le devi creare e non sempre l’ambiente ti aiuta. Ma big city non equivalere a sicurezza, d’altronde tutto il mondo è paese. Ed un luogo è solo un luogo, sono le persone a renderlo una realtà.
Gli accadimenti che hanno fatto della periferia di Napoli un mosaico di storie irripetibili sono incisi tra le vie dei quartieri. Michele prova a raccontarli e a far vedere un cambiamento.
Nella disfatta, trova il seme della possibilità.

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